MILANO – L'impiegata che al rientro dalla maternità trova la sua scrivania occupata da un'altra persona e viene relegata ad una mansione secondaria; il capoufficio che si ritrova senza più nessuno da dirigere e senza neppure un incarico preciso per se stesso; il giovane operaio emarginato e costretto a fare i turni peggiori per avere chiesto maggiori tutele sindacali; la cassiera del supermercato che per aver rifiutato le avances di un superiore si è ritrovata spedita dietro al banco del pesce, al freddo e in mezzo al persistente odore di trote e molluschi. Basta andare in un qualsiasi giorno allo sportello mobbing della Camera del lavoro di Milano, uno dei tanti aperti sul territorio nazionale per raccogliere denunce e segnalazioni (■ In Italia un milione e mezzo di casi), per entrare a contatto con le storie di chi il mobbing l'ha subito e ne porta ancora le conseguenze. Non tutti vogliono raccontare i dettagli della loro storia, perché magari le vertenze con i datori di lavoro sono ancora in corso e non vogliono esporsi, neppure dietro garanzia di anonimato, prima di un pronunciamento del giudice del lavoro. Ma c'è anche qualcuno che vuole rompere il silenzio e ci fa assistere al colloquio con la rappresentante legale del servizio. Come ad esempio R. F,42 anni, che prima di ritrovarsi immersa nella trafila del riconoscimento del danno biologico era una manager informatica di successo.
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